In memoria di Marco Luchetta, e dei suoi colleghi
Nota
Questa riflessione è stata scritta nel febbraio del 1994.
È stata pubblicata l'11 marzo 1994 dall'inserto culturale "7 Val" del bisettimanale "Primorske Novice" di Capodistria-Nova Gorica (Slovenia).
"Il nazionalismo è la percezione distorta". La frase, letta un giorno su un volantino, mi tornava alla mente. Il ricordo mi veniva sollecitato dal clima che respiravo al Festival "Alpe Adria Cinema", a Trieste.
Gli organizzatori volevano presentare nella stessa serata un film croato ed uno serbo. Tema: la guerra nell'ex Jugoslavia. Immediate le proteste di Zagabria, e polemiche dichiarazioni di autori croati presenti al Festival. Di film serbi non si parla!
A nulla erano servite le precisazioni degli organizzatori: "Volevamo solo stimolare una riflessione sulla guerra, tramite due opere di grande interesse". Autori dei due film Oja Kodar (già compagna di vita di Orson Welles) e ivojin Pavlovic, storica coscienza critica del cinema jugoslavo. La Kodar trattava con "Vrijeme za..." della guerra in Croazia, e Pavlovic una vicenda ambientata tra Vukovar e Belgrado, intitolata "Dezerter (Il disertore)".
Dopo serrate trattative con i croati, la mediazione: sì al film serbo, ma proiettato in un'altra serata. E così è stato.
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Mi agito sulla poltroncina rossa del cinema. Si sta per proiettare "Vrijeme za
". Dietro di me un gruppo di croati commenta sprezzantemente la presenza del film serbo, e la linea editoriale del quotidiano "Il Piccolo", di Trieste: "È contro la politica della Croazia!".
Parte il film "Vrijeme za
", che si rivela duro come un pugno allo stomaco. C'è la guerra in Croazia: i serbi sono ubriachi di odio etnico; l'Armata Jugoslava li aiuta fornendogli armi, sotto la benedicente approvazione del pope del villaggio. I croati sono considerati come carne da macello, le terre come cose da espropriare, le donne come oggetto di stupro. L'aggressione è bestiale, spietata.
Impossibile restare indifferenti. Il film della Kodar è un urlo a pieni polmoni contro chi si è ostinato a ignorare il dramma che si vive nei Balcani; ed è tremendamente efficace.
Fin troppo efficace. Ben presto ho infatti la sgradevole sensazione di trovarmi davanti ad un film di propaganda nazionalista: i serbi sono tutti dipinti come belve assetate di sangue. L'unico che ha un ruolo positivo è un derelitto alcolizzato, che uccide a mitragliate una banda di cetnici.
Comincio a pensare che così si criminalizzano i popoli in quanto tali: serbi uguale a criminali, tedeschi uguale a nazisti, ebrei uguale a imbroglioni. Negri uguale a razza inferiore, e (a Trieste) slavi uguale a comunisti, titini ed infoibatori. Il meccanismo è sempre lo stesso: il nazionalismo ed il razzismo diventano comode scorciatoie per risolvere problemi altrimenti ben più complessi da affrontare.
Nella fila dietro di me il gruppo di croati commenta disgustato e furente le violenze dei serbi descritte nel film. E' una reazione legittima, davanti a delle crude verità. Ma è giusto stimolare, in risposta, l'odio etnico? Si ripete così, in altro modo, il tremendo meccanismo dell'Istria dell'esodo, e dell'odio perpetuato per generazioni.
Il film termina: il pubblico applaude, ma tiepidamente. Si percepisce un certo disagio.
Il giorno successivo, incontro con gli autori. Alcuni giornalisti sono titubanti: vorrebbero esternare delle perplessità sul taglio 'ideologico' di "Vrijeme za...", ma non vogliono passare per filo-serbi.
La situazione viene sbloccata da un intervento del pubblico. Un giovane sbotta contro la regista: "In questo festival si darà anche un premio a un film 'per la pace': e vorrei sapere come si può definire 'di pace' il suo film... se io fossi croato, appena uscito dal cinema sarei andato a cercare un mitra per uccidere un serbo! Dov'è allora l'impegno 'per la pace'?".
L'intervento, poco diplomatico ma sincero, fa scattare il dibattito. Che termina quasi in una rissa. E' un muro a muro: i croati difendono a spada tratta la loro opera, e non accettano critiche. La Croazia è stata aggredita -affermano- ed anche un film è un modo per difendersi.
Se questo è il clima con i croati, che cosa riserverà fra qualche ora il film serbo? Apologie di Miloevic?
La sera il cinema è piantonato dalla polizia: si temono disordini. La coda di spettatori, attirati dalla polemica, arriva fino in strada. Più di cento non riusciranno ad entrare.
In una sala stracolma partono le prime immagini de "Il disertore". Sui titoli l'etichetta della produzione che ha fatto scandalo: Belgrado.
Ma chi si attendeva un film di propaganda resta deluso. "Il disertore" è un dramma intimista: due ufficiali dell'esercito jugoslavo, una volta innamorati della stessa donna, si reincontrano a Belgrado, durante la guerra serbo-croata. Il primo è un disertore scappato da Vukovar, il secondo un giudice militare oramai umanamente incapace a condannare.
La paura di morire al fronte li attanaglia entrambi, ed allora si aggrappano a quel poco che hanno per sentirsi vivi: l'amore e l'amicizia.
Il dramma scoppia quando il disertore decide di tornare a combattere. Non per la Serbia, né per l'onore di militare, ma solo per rabbia. Dai suoi tormentati rapporti umani ha infatti ricavato fiumi di risentimenti, che ora possono trovare sfogo provocando morte e distruzione, in guerra.
Le ultime immagini del film sono infatti una panoramica su una città distrutta dai bombardamenti: il simbolo di frustrazioni che si sfogano infliggendo dolore e sofferenza agli altri.
"Il disertore" non è un film 'serbo': è un'opera di segno universale, che cerca di mostrare le radici della violenza. Il pubblico lo comprende, e risponde con un lungo e caloroso applauso.
Seduto vicino a me il giornalista della RAI di Trieste Marco Luchetta: anche lui applaude, commosso. Pochi giorni dopo verrà ucciso da una granata croata, lanciata contro la parte musulmana di Mostar. Marco era in Bosnia per girare un servizio sugli orfani di guerra.
Ma il nazionalismo, armato con un mortaio, aveva in cuore un grande odio. Un grande odio, e solo un piccolo amore.
Maurizio Bekar ©
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